Humphrey, Facebook ed io

Lontano dalla pazza folla, voglio la pista di un aeroporto, una notte di nebbia ed un cappello a falda sulle ventitrè.

Facebook: “Buona fortuna bambina”. Io: “Grazie anche a te”.

T’ho amato di un amore  adolescenziale, assoluto ed entusiasta ma ora basta. Basta con le informazioni deviate, pilotate, inventate, massacrate, strumentalizzate. Non difenderti, lo so che basta aprire un giornale, infatti non ne leggo. Come il ciughino attirato dalla carota ho continuato a cercarti ovunque per i sogni d’amore che hai saputo accendere, la sete di conoscenza che sembravi in grado di soddisfare, la parvenza di una socialità  di cui sentivo un bisogno matto e disperato.

E l’anima si contorceva e rattrappiva ogni giorno di più  nella bassezza del genere umano che mi veniva urlata, replicata all’infinito come un’eco ammalata; nella noia del narcisismo, già di per sè imperante, che in te trova amorevoli cure e sponsor. Basta con l’odio come sport nazionale, basta con il tuttologismo, il qualunquismo, l’arroganza e la supponenza che esplodono dalle tue pagine. Salva la pace di qualcuno che, prima o poi, ti metterà sullo stesso aereo di linea su cui ti sto accompagnando io, hai dato spazio e voce ad un’umanità malata che, nell’humus succoso delle tue pagine, si riproduce e replica come schiere di Greemlins rettiliani.

Non è questo il mondo che voglio, non è questo il mondo che voglio temere o che voglio mi spaventi perchè ogni mio pensiero crea qualcosa e nulla di tutto ciò voglio che nasca nemmeno da una cellula ribelle che mi appartenga.

Pochi pensanti si ritagliano uno spazio in cui, autisticamente, andare avanti per la propria strada, provando a considerare il tuo bacino d’utenza ancora funzionale ad un sogno o un progetto. Ed io li ammiro.

Facebook: “Buona fortuna bambina”. Io: “Grazie anche a te”.

a.z.

Casablanca

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Le vacanze e le cicorie sono cose da ricchi

E, forse, anche la vita è roba da ricchi.

Una vita a buon peso, come la cicoria al mercato accompagnata da un sorriso gentile del fruttivendolo che ti ha vista tentennare a lungo prima dell’acquisto.

La cicoria, se non lo sapete ve lo racconto, è una mitica verdura evocata da mia nonna periodicamente. Nonna, che non sapeva cucinare  e non gliene fregava niente di imparare, la menzionava, con aria mesta, o per ricordare che “piaceva a ‘Fonzo”, uno dei tanti fratelli morti anzitempo, o a Natale quando provava a fingere di sapere cosa fosse la “menesta mmaretata”.

Così sul mio altare dei Penati – si ne ho uno, solo nella mia testa ma ho un altare dei Penati – c’è di sicuro un bel fascio di cicoria, rorida di rugiada per l’amorevole raccolta mattiniera, e dalle foglie severe e sontuose di un nobile verde e battagliero.

E quando ” la squilla dà segno della festa che viene” e vedo sul banco del fruttivendolo la familiar verzura,  come piccolo rito d’amore per le mie radici, nonostante non rientri nel bilancio familiare, per poca che sia la spesa, mi concedo il lusso. 

A buon peso, che così è più buona.

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Chi sono

Sono mare.

Sono l’onda d’Ulisse impigliata nella rena.

Da nulla vengo e nell’avviluppo indomito sono vita, uroburo, istrione.

Sono la libera forma che assomiglia al sogno e l’energia vitale della mano che l’ha tracciata.

Tal quale come sbucò dal buio, dalla linea retta, dall’impiglio.

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